Read A Lua e as Fogueiras by Cesare Pavese Manuel de Seabra Online

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“A Lua e as Fogueiras” é uma obra onde o protagonista regressa à terra onde nasceu e se confronta com o passado. Aos 40 anos, um homem regressa à terra onde cresceu. É órfão, bastardo. Não tem nome, não sabe exactamente onde nasceu, não tem mulher nem filhos.No regresso a Langhe, na Itália, revisita os sítios que habitou: a Gaminella, “uma encosta longa e ininterrupta de v“A Lua e as Fogueiras” é uma obra onde o protagonista regressa à terra onde nasceu e se confronta com o passado. Aos 40 anos, um homem regressa à terra onde cresceu. É órfão, bastardo. Não tem nome, não sabe exactamente onde nasceu, não tem mulher nem filhos.No regresso a Langhe, na Itália, revisita os sítios que habitou: a Gaminella, “uma encosta longa e ininterrupta de vinhas e ribeiras” que termina em Cannelli, lugar onde outrora o mundo começava; a Casa da Mora, para onde foi como criado aos 13 anos, onde lhe deram pela primeira vez um nome, Enguia, e lhe ensinaram um ofício, onde começou realmente a existir e conheceu pela primeira vez a angústia do amor: espreitava as filhas do patrão, Irene e Sílvia, “dois pêssegos num ramo inacessível.”O tempo passou e não passou sobre as colinas; mas levou os corpos dos homens e das mulheres da sua vida, agora misturados à terra de onde também nasce o calor, um aroma, “tantos sabores e tantos desejos” que ele não suspeitava trazer em si. Uma terra adubada pelas fogueiras das festas de S. João, ciclicamente mutável como as fases da Lua. É em dois tempos intercalados e misturados, passado e presente (passado revivido impressivamente no presente), que se desenrola a obra de Cesare Pavese. Um livro atravessado por uma angustiante melancolia, tão imensa como a que se pensa assombrar o homem no confronto com a morte. Na travessia pelo tempo, pela memória, no jogo de oposições entre cidade e campo, passado e presente, perda e reencontro, Nuto — cúmplice das primeiras aventuras, o amigo da adolescência que o protagonista queria ser, aquele que tem uma terra, mulher, trabalho, que não precisou de abandonar aqueles vales para ter consciência de que “o mundo está mal feito e que é preciso tornar a construí-lo” — também não escapou à impossibilidade do amor, à inevitabilidade da solidão.O regresso do protagonista ao único lugar onde ainda pode procurar a sua identidade, dobrar a sua vida do avesso, é também um espelho do que um dia o autor escreveu no seu diário, publicado postumamente sob o título “O Mistério de Viver”: “A vida é dor.”Cesare Pavese (1908-1950) escreveu “A Lua e as Fogueiras” meses antes de se suicidar, em Turim, num quarto de hotel, quando tinha apenas 42 anos. Considerada uma das melhores obras do romancista, poeta, tradutor, nome fundamental da literatura italiana, há quem reconheça nela ecos da sua vida solitária, marcada por uma necessidade desesperada de amor (não correspondido), pela amargura e desolação, por uma infância assombrada pela morte do pai e vivida com uma mãe dura (que desaparece quando Pavese tem 23 anos). Escreveu-se, a propósito de Pavese, que a constatação da sua inadaptabilidade à vida o fez refugiar-se na literatura.http://static.publico.pt/docs/cmf/aut......

Title : A Lua e as Fogueiras
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ISBN : 8481305588
Format Type : Hardcover
Number of Pages : 159 Pages
Status : Available For Download
Last checked : 21 Minutes ago!

A Lua e as Fogueiras Reviews

  • Sawsan
    2018-10-04 19:09

    آخررواية للأديب الإيطالي تشيزاري بافيزيأسلوب مميز في الوصف وتصوير الشخصيات ما بين الحنين للأرض والشعور بالاغترابرجل يعود إلى قريته بعد سنوات من العمل والثراءويحكي عن عالم الريف والفلاحين وذكريات الطفولة والصبا والأساطيرقسوة الحياة والعمل, ومشاهد من الصراع الداخلي ومقاومة الفاشية السرد جميل وسلس في فصول قصيرة

  • Chiara Pagliochini
    2018-10-17 20:21

    Comincio questa recensione col cuore in mano. Ho la sensazione che qualsiasi parola sia di troppo, che non serva e che questo libro bisogni pigliarselo in grembo e leggerlo e basta, senza parlarci sopra. C’è un uomo senza casa e senza famiglia che se ne va da quella che è stata la terra dalla sua giovinezza. Se ne va perché pensa che il mondo oltre le colline sia migliore, che anche per lui senza casa e senza famiglia sia possibile diventare come tutti gli altri e mettere radici da qualche parte. Arriva fino in America, fa fortuna, torna indietro. Arriva fino al Pacifico, un altro mare davanti, e dietro sempre e solo colline e montagne, proprio come la sua terra. Il tutto si potrebbe riassumere nello spiccio proverbio, tutto il mondo è paese (tutto il mondo è Pavese!). È vero, tutto il mondo è paese, perché il mondo non è che un insieme di paesi e il paese lo si porta nel cuore o in nessun posto. E questo uomo porta il suo paese nel cuore. Quando torna alle colline, a rivedere le cascine, le piazze, le macchie di noccioli, quest’uomo ha come un velo davanti agli occhi. Il paesaggio continua a osservarlo con gli occhi del bambino e del ragazzo che era, con nostalgia, forse con rimpianto, forse con l’angoscia di essere partito, partito per fare cosa? Non lo sapeva che la sua terra era qui? I personaggi di questo racconto sembrano eterni e mitici. Il Nuto, l’amico d’infanzia, ha la stessa voce di una Circe o di un Edipo: le sue considerazioni sul destino sono le stesse dei personaggi dei Dialoghi con Leucò, sono le ossessioni che Pavese porta con sé. Irene e Silvia, le signorine, sembrano figure ritagliate dalla carta velina, tanto il ricordo del protagonista le rende splendide e enormi e distanti: i loro capricci e le loro sorti si seguono col fiato sospeso. In Cinto, il bambino storpio, il protagonista rivede se stesso o forse vuole rivedere se stesso, così gli parla delle campagne come le conosceva un tempo e gli parla del mondo e lo invita a partire proprio come ha fatto lui. Io credo in verità che Pavese, per come scrive, avrebbe potuto anche scrivere liste della spesa e comunque avrebbero avuto un suono, un ritmo, un respiro, una musica, un tessuto. La sua commistione di colto e popolare si realizza in una fusione armonica, senza la minima sbavatura, e l’orecchio la beve che è un piacere. Più che la storia, ciò che tiene il lettore incollato alle pagine è proprio la scrittura, un flusso ininterrotto come l’onda del mare, si scivola giù dalla china e si comincia a risalire. Di questo romanzo posso dire in tutta franchezza che mi ha fatto venir voglia di andare nelle Langhe e ruzzolare giù dal pendio di una collina, magari con Anguilla o con Irene o con Silvia e sbirciare gli orli delle loro sottovesti. O magari con Pavese e affondare nell’erba. C’è freschezza e c’è lirismo, c’è un mondo. Mi chiedo perché a Pavese sia riservato tanto poco posto nelle antologie. Ci sorbiamo cento cervellotiche pagine di Pirandello e non una de La luna e i falò. Non so nelle vostre antologie, ma la mia era così. A legger questo libro viene voglia di smettere di scrivere, se uno ha mai pensato di accingersi all’impresa. Si pensa, ma chi ce lo fa fare? Si pensa, non voglio mica offenderlo. Si pensa, se fossi stata con lui quella sera in quella stanza me lo sarei stretto contro e gli avrei detto, scrivi! Ma lui aveva già detto, non scriverò più. La luna e i falò è il suo ultimo romanzo. Cesare ne parla così:“La luna e i falò è il libro che mi portavo dentro da più tempo e che ho più goduto a scrivere. Tanto che credo che per un pezzo – forse sempre – non farò più altro. Non conviene tentare troppo gli dei”. Ha detto tutto lui.

  • Bill
    2018-10-13 17:34

    another great book in the extremely excellent series of nyrb classics. they are probably my favorite publisher...i own 120 of them. i know because i just counted them. i basically now buy every new one as soon as they release them. everybody on goodreads should be buying at least some of their books to support them, as usually publishers who try and release the kind of books that they do, foreign books in translation and obscure and out of print books in english, have a habit of going under shortly thereafter. nyrb has been doing this for 10 years now though, so hopefully they will continue to amaze and delight.this one is about a narrator (who is never named in the book) who is born in a small town in italy, goes to live in the usa, and then moves back to his place of birth after the second world war. i can't say too much more about it without giving away some of the plot, as it is a very short book (154 pages). suffice it to say then, that the writing is uniformly brilliant, and his description of landscapes is absolutely sublime.this is the first book i have read by pavese, who unfortunately committed suicide at the age of 42. luckily however, i own his selected works (also published by nyrb) which includes 4 more short novels. i also own his letters, his diaries, a book of his short stories and a biography of him entitledcesare pavese and america, all of which i will be reading soon.

  • Siti
    2018-10-04 23:32

    SONO TORNATO: TUTTO È CAMBIATO, TUTTO È UGUALEPavese, uomo delle Langhe, racconta nel suo secondo romanzo, edito nel 1950, il ritorno di un uomo delle Langhe, il ritorno di un girovago bastardo che cerca ancora la sua identità. È la storia di Anguilla, nato e cresciuto nelle Langhe e io narrante di questo testo. La sua identità è costruita sul suo vissuto, lui sa solo di essere stato un bimbo senza famiglia, allevato poi da contadini in cambio di un sussidio, per proseguire la sua crescita, dopo la morte del padre adottivo, come garzone presso un’altra cascina. Ha dunque una storia e si è gradualmente creato un’identità, torna dall’America, deluso e amareggiato, sperando di ritrovare ciò che il suo ricordo ha cristallizzato. Ma la vita è fugace, pur essendo nelle Langhe tutto uguale, alla fine niente è uguale. Le persone, i luoghi, gli eventi sono altri. È terminata la guerra e la terra restituisce ancora i cadaveri dei tedeschi sepolti, su nelle colline. La lotta partigiana ha segnato territorio e persone, la fame ancora di più. Per alcuni lui non è più il bastardo da prendere in giro, qualcuno nemmeno si ricorda più di lui ed egli vive un senso di infinito sconforto nel mancato riallineamento del ricordo con la realtà. Lui ricorda tutto: la cascina Gaminella, la Mora, le sue tre padroncine delle quali narrerà l’infausto destino. Perfino Nuto, il suo caro amico, è diverso. Sparita l’aura mitica, è uomo fatto , non più il ragazzo grande mitizzato dal più piccolo. Tutto delude e incupisce nella terra della luna e dei falò, nei luoghi dove ancora le credenze popolari hanno diritto di esistere anche se qualcuno le taccia di superstizione. Avvicinandosi il momento di lasciare la probabile terra natia (neanche di questo ha in fondo certezza), Anguilla può solo rimettersi al suo destino, quello che per lo meno gli permette di aiutare Cinto, il piccolo nuovo Anguilla confinato nella disgrazia della sua misera vita. È un romanzo diretto, crudo, reale che riassume la poetica dell’autore: componimento di certa matrice autobiografica a esprimere angoscia esistenziale e il difficile “mestiere di vivere”.

  • Roberto
    2018-10-13 00:23

    Questa è la storia di uno di noi...Subito dopo la seconda guerra mondiale, un uomo torna nella sua terra d'origine, dopo essere scappato in America per molti anni per sfuggire al fascismo. Lo scopo del suo ritorno è quello di rivedere i luoghi dove è nato e cresciuto; ciò che trova però non è più il mondo che ricordava, che di fatto non esiste più. La guerra ha lasciato il segno, facendo scomparire le persone che sperava di incontrare."Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti"Realtà e ricordo non si sovrappongono più e tutto per lui perde di senso. Cosa gli rimane? Una malinconica sensazione di vuoto, una nostalgica amarezza di cui non aveva coscienza prima di raggiungere il suo paese, un senso di estraneità alle cose e alla vita."Io, che non credevo nella luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand'eri ragazzo."Questo è l'ultimo romanzo di Pavese, scritto pochi mesi prima di togliersi la vita. Ed è un romanzo che esprime quell'angoscia, quel male di vivere esplicativi della sua stessa personalità."Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d'erbe secche e che la gente ricominci"Un romanzo lento, malinconico, triste, pieno paesaggi, odori, rumori, descrizioni e riflessioni. Un romanzo di cui riconosco la grandezza, anche se non ne condivido lo spirito.

  • Ken
    2018-10-05 20:20

    How can a story so grim and violent and heartbreaking be so so beautiful and soulful at the same time? It’s an amazing juggling act Pavese pulled off in The Moon and The Bonfires. It is a novel about land, the rough rural north of Italy. That hard scrabble landscape plays an important role in the story. The characters described in the book wrestle with it as much as with the inevitability of their own lives. It is a place where no quarter is given. And often the land swallows up the people. Occasionally, it spits you back out, as it does when the bodies of two fascists are uncovered long after they were buried during the war. That dark period in Italy’s history, the clashes between the red and black shirts, is the unraveling thread in the novel. Pavese dances in the grey areas. His heart is with the Partisans who fought against the fascists and their German supporters. But murder is murder. And the discovery of those bodies serves as a lever for the unrest to come. Everyone in the small town around the Belbo river simply wants to forget that period at the end of the war, including the narrator’s good friend Nuto. They would all like to be able to wipe the slate clean, to start over, but you cannot go back from some things. Pavese’s writing style is sharp and spare, mimicking the American writers who influenced him. At the same time, he was having a conversation with America (even though he had never actually been there). He is comparing the philosophy of the hills in his homeland to the vast expanse of the American West. As he describes it: “There were women, there was land, there was money. But nobody had enough, nobody stopped no matter how much he had…. It wasn’t a country where you could resign yourself, rest your head and say to others: “For better or worse, you know me. For better or worse, let me live.” Nuto and the others who lived and died in the hills of the narrator’s homeland want nothing more than that. Yet, life is not that kind. The past catches up with you. As the narrator tells us of Padrino and his daughters, the family who took him in as a boy: "A few years before, Padrino had died in great old age at Cossano, where they'd gone to spend their last years with a handful of coins they got from selling the hut, had died on the road where his daughters' husbands had thrown him.... The two men worked hard, wore out their oxen and their women: the younger girl died in a field, hit by a lightning bolt; the other, Angiolina, had seven children and took to her bed with a tumor in her ribs, suffered and cried out for three months... and died without seeing the priest." There is a collective downfall for all the people who did not leave the valley, who thought the path was straight ahead. And in Pavese’s prose that journey is revealed in a beautiful and heartbreaking way.

  • Mariel
    2018-10-16 17:13

    "One needs a town, if only for the pleasure of leaving it."Anguilla has returned to his Italian valley in half moon measures. The fog is willed and of time and that kind of memory shit. Howling at that crescent shape for what cannot be changed (crescent like fingernails digging in for futility! And empty sex). My own cries of "Enough already! I get it! You were a bastard and poor" were unheard. I heard them because I cried them often (did I mention that this is a really short book? Imagine if it were long. *cries*). If Anguilla marked on the difference between his social stats back then versus now one more time... I would have written a scathing goodreads review! It would have been all about how annoying it was that he only cared about that one little detail.The Moon and the Bonfires is kind of like the anti Swann's Way. The memories are walled in, not as a garden to cultivate and relive and sing to, but to throw stones at, something to despise, to relive in a disturbingly dead way. If you are going to go back, why do it that way? If you are going to do it that way the first time how did you ever eek out an existence for this long? Probably stones from the crumbling walls of self serving purposes that don't do anything other than suck out the air from the vaults. The hermitude is not of loss but of taking inventory of what was owed. He'd pull the plug on the life support of biospheric beauty. Put in a glass jar. Brains and swimming lucky feet. Look at me! The moon's pull did not pull me for any such owed. It would not be a bad thing to read about a spermicidal man in the stream of life, if it meant more than a boring high school reunion to see the girl who wouldn't dance with you. And the girl has broken legs! Who would care about him, now? (If she asked him to dance now he would find he didn't want to dance. So who cares???) It's just that this man is one I cared about in the negative. His papa was neutered. I'm trying to say I didn't give a shit about Anguilla one little bit. I was depressed by how much I didn't care. That's right! Get a grip, dude! You were a bastard. You were poor. Now you are rich and women want to fuck you. That's just great. Oh yeah, I was doing some moon chart phases analogy thing. If the moon was seen over the same sky it would be the same damned moon (an ass). I get this idea on other book websites that 'Moon' is about how you can leave the world and walk by to the same place you started from. I got that message from Morvern Callar (especially the film) more than from this book. Probably because the protagonist actually gave a shit to look at the world. You know, really lived in it. Anguilla won't shut up about his little thing about being a bastard. I probably have used this analogy on goodreads already. It's like making a French revolution story as if it were only about Marie Antoinette and the tragedy was she didn't get to wear some new dress. Um, did you ever do anything else in your life? Was he really born this dead? Is this David Copperfield if only the opening line was the story? My god, what happened in this Belbo valley village was the shit happens life story that is real people stuff no matter how many times you see it in Time Life or the news. The corruption, the betrayal, lost hopes, lost ties to the past, strings to the future to pull down and not forward. If you knew where they had started, or where they ended up... Women being beaten in their own homes. Lives sold to anyone who bid. I was moved by the recollections of the people from Nuto, the old friend who still remembers the aged Anguilla. They lived and died without you, Anguilla. World war II Italy? Shit. I guess I feel like if you're going to have a world, or any kind of community, it should be about more than how you wish others saw you. The lost chances to be a community should not have been so much about "Look at me now! I don't need you motherfuckers." Then why come back? To make me feel hopeless? I felt more loss than his half assed scorn and I wished that Anguilla had stayed in a hole he crawled into. At least then they would have chosen to live, not dwell on bitterments from when they were children in the dirt, as if there couldn't have been a chance for more than showing off fancy new clothes. I would have asked them how they felt about being them, not generic-isms about women (sexist, of course), religion (fake "But we need them" instead of having the balls to come out and say they worse than let them down. Coming from YOU, Anguilla? Seriously? No one could have sounded faker than he did with that shit about the priests. How does this guy who abandoned them get off saying they needed figurehead priests to stand for nothing?! They were better off without them!) and "It's all okay if you have money" shit. Ugh. Ugh! What would he know about what they needed if all that mattered was some Jay Gatsby pipe dream that felt hollow even to him? (I guess he was pretty hollow, though.) No, that's not the point of living anywhere. Sheesh. They can sit around and talk about who needs what but do those people need Nuto and Anguilla to do it? I don't think so. They don't need hypocritical people dressed in black, be it fascists or priests or the rich Italian dude in the linen suit with bulging pockets of money. EWWWWWWWWWW.Not that Nuto doesn't fall pray to this too but it was written by Pavese as if he had actually lived anywhere (don't get me wrong, I also grew to despise Nuto). He's a bit of a shithead but at least it affected him too (the hypocritical motherfucker). Okay, 'Moon' is from the point of view of Anguilla. For a reason? It's a point of view thing, and a skill thing (maybe just a who you are as a person thing), I've decided. Did Pavese really feel these things about communities? Does it mean nothing more than something you can walk away from and pretend it never happened, if you're lucky enough to afford better means to dress yourself in? Why choose to tell this story from the perspective of someone who carries nothing? Why try to echo it through someone who cared and has been broken? Echoes, but not enough. Is he trying to say we are fucked? Is it an afterthought, like that is all that could be mustered about humanity? I can see from other reviews that I'm the only one who felt crushingly depressed by this book. Maybe it is me? Others read this as a WARM book about a guy coming home. I don't get it. Opposite of warm. Burning in hell warm, maybe.The view of women depressed the hell out of me. That has to be rational. It was hard to take a book seriously that wanted a) women to be hot and b) women were bad for knowing if they were hot c) because they were hot they weren't capable of caring about anything else. What the fuck?! Were they only there to have sex with and make a man look better if the hot women wanted to fuck them? It was hard to take to heart a world view that ignored real hearts that I KNOW meant more than that. If I'm honest 'Moon' lost a lot of chances with me pretty much from the get go when it said that women couldn't have music because they only wanted to be hot. Why would I want to read this kind of a story from someone who believes that? Why would I care how others saw Anguilla if that is how he saw others? Why not cut out the dicktastic middlemen and let the real meaning of having roots take hold? How does it feel to subsist without water, the earth robbed of vital nutrients and stability?If I had to read another book like this one I wouldn't want to read anymore. I've been in a reading slump and it is breaking my heart that I turn to books and it is THIS one. Pavese killed himself after he finished this, I read online. Of course he did. He must have hated being alive to have written this book. I don't believe that The Moon and the Bonfires was about caring about what made you into the person you are, and measuring against what happened to the others who came up with you. It should have been about that. It was about a vain(ity) wish to burn the hell out of what doesn't look like how you want it to look and a rejection of what really is and what it could be, if you hadn't given up in the first place. A meaningless desire to rewrite the past with yourself as its only star. What an empty fucking sky, then. What the hell was with Santina? She was the oh so perfectly gorgeous girl from the village. Interesting 'cause of her looks, right? I'm sighing right now. This is so sad. So she fucks blackshirts to survive and everyone hates her for it. (Why did she have to be more ashamed than anyone else for what they did? Because it was sex? Who else did she owe her body to but herself, then?) I hate villages so much any time I read about how they treated young girls who may or may not have slept with soldiers during a war, like what happened was THEIR fault. That's what happened to Santina. It's easy for them to judge her (this is what I mean about Nuto thinking a lot about himself. He's such a hypocrite. He gave in too!!!!!! Are you really for real with this? How did YOU do anything, Nuto? You talk and look disgusted. That's so hard! Not. At least he cared about the village as more than an audience, unlike Anguilla. But I hated him so much for that!). So her body is burned after she is murdered because all of the men would still want to have sex with her. Can't let that happen. She must burn! What the fuck was that?! I mean, really? Okay, how is what one would take out of this? Purity versus impurity? Oh wait, I forgot. It's too late if you didn't start from perfect! Fuck you, Nuto. And a bigger fuck you to you, Anguilla, for showing up years later and going but she was so pretty. For fucking real? Birth and death are all that matters? No one is born clean, Pavese. We cry and it isn't pretty. The more I think about it the more this book makes me depressed. I think I hated it, after all. You know what? It's not a moon and there's no fire to reflect its light. It rises every day with or without you. If Santina was just a sex machine to owe allegiance to men who had the right to judge her than this book really, really sucked. Maybe there was more to people than his limited little view. I gotta believe that. Maybe Anguilla is the village and they are the world. What an asshole. Maybe you guys should stop whining about not getting to pretend you weren't sell outs and pretending being a bastard was the issue. How about sitting there and letting Santina get murdered? Letting her be the scapegoat for how the community failed to do anything? Hm? And if you didn't live your own life, that's your fault, Anguilla. No, fucking hot women isn't a substitute for a character. From where I'm sitting the tragedy wasn't that NUTO and ANGUILLA don't get to come "home" to a home that never existed in the first place. Try not burning women's bodies to make up for your own failures and then you can say you had that home. No one else gets to say that and thinking you have that say makes you the stereotypical suffocating village and not anything else.Villages don't get to decide who you are. If you can't see that there are others in the village, not the whole, as you are not the whole... Then why write a book about villages? Was I so hopelessly depressed by this that I was blinded to some message about the cruelty of humanity and it had something to say about not escaping the world? Because I know that people can suck. I really do. It's what Lana said in Morvern Callar about it sucking everywhere. But isn't there some part inside that would care about what happened to Santina, no matter what she looked like? Isn't there? Like what Morvern said about looking for some place beautiful. Don't you have to open your eyes to find it? Can you start from somewhere else? What's a bastard but someone without a mother? They tell Anguilla he is his own father. Well, he ain't his own mama.Hate it. #$#!!!## fuck this stupid fucking book. I hate villages.P.s. My copy reads "The Moon and the Bonfires" and Anguilla's name is spelled with two L's. I notice the 's' and the additional L are gone on goodreads.

  • Gypsy
    2018-10-16 21:27

    با خوندنش فقط حرص خوردم از دست شخصیت‌های مونث ِ احمق و مردهای بوالهوسش :| گرچه تصویرهای بسیار زنده و تازه داشت و باید اعتراف کنم دغدغه‌های شخصیت‌ها هم خیلی خوب نشون داده شدن. به همین خاطر ریت دادن بهش برام خیلی سخته.

  • Elisa
    2018-10-17 17:20

    La costellazione della Collina Ciascuno di noi cammina sotto la luce di una costellazione. Non parlo di tori, scorpioni o leoni capaci di influire sull'umore, il carattere o il destino. No. Gli astri che costituiscono lo scheletro delle nostre costellazioni sono il centro gravitazionale di tanti sistemi solari alquanto singolari. Nella mia, una delle stelle più luminose è un piccolo quartiere al confine tra paese e campagna, e i pianeti che ci gravitano intorno sono un mastodontico albero di carruba da scalare, un teatrino di marionette ricavato dal vano di una finestra e un nutrito gruppo di bambini distribuiti lungo vari livelli del sistema, impegnati a ispezionare ogni centimetro di cielo durante sessioni infinite di nascondino (qualcuno le chiama orbite).Per Pavese, la costellazione è quella della collina. In orbita ci sono Gaminella e il Salto, molte cascine e pochi palazzi signorili, ognuno con il suo carico di sogni e aspettative, ognuno con la sua donna, ognuno con il suo fiore, spontaneo o impiantato da paesi lontani. C'è persino un torrente, pianeta dal singolare satellite a scomparsa: il Belbo si libera spesso del suo noioso articolo determinativo, troppo geografico, troppo freddo, troppo indifferente. Ed ecco che allora i personaggi attraversano Belbo, passeggiano al suo fianco, come se Belbo fosse un animale mansueto dagli occhi dolci, e non più un elemento geografico. Pavese guarda il suo paesaggio con lo sguardo orgoglioso del creatore. Non lo facciamo tutti nel parlare delle nostre stelle?Il paesaggio collinare, così personale e difficile da comprendere per un non campagnolo, diventa paradossalmente il punto di partenza per un discorso universale. I personaggi, poi, più che pianeti sembrano degli asteroidi. Passano - chi più lentamente, chi meno - e nel loro tragitto vengono catturati da pianeti più grossi: modificano la loro andatura come ipnotizzati, e iniziano a gravitarci intorno. Quando il pianeta in questione esplode, vengono scagliati lontano, ma sempre cercheranno di ritrovare un centro attorno a cui camminare. Sono individui dall'orbita mutevole e incerta perché il loro centro gravitazionale è puro desiderio. Sono sempre tesi verso un orizzonte migliore, un obiettivo da raggiungere per dare un senso alla propria esistenza. "Tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione". Così tutti, dal primo all'ultimo, si mostrano per ciò che sono veramente: particelle spaesate che cercano costantemente un centro e mai lo trovano, scacciate dall'orbita trovata come animali appestati. Sono così il giovane Anguilla e Nuto, con lo sguardo rivolto al treno e a ciò che l'orizzonte acquerellato del mare sembra promettere. Sono così Silvia e Irene, è così persino Santa, è così il povero Valino. Le distinzioni di classe e censo non contano niente. Pavese alterna costantemente il piano del presente a quello del passato, sovrapponendo due sceneggiati su uno stesso palcoscenico: la Mora prima, la Mora poi, la Gaminella prima, la Gaminella poi. Qual è il risultato di questo confronto? La vittoria schiacciante della concezione del tempo campagnolo: non è vero che tutto scorre verso un futuro luminoso, come i sogni liberisti e l'America vorrebbero far credere. Persino in America, dove le donne fumano e vanno in giro decidendo autonomamente sul loro futuro, gli individui non trovano il loro baricentro. Rosanne vuole fare la star, ma questa non è altro che una diversa declinazione del desiderio delle donne della Mora di accasarsi con un uomo ricco. L'America, il sogno per eccellenza, è un posto in cui le campagne non esistono nemmeno, tutto è votato all'individualità, alla realizzazione di sé, alla celebrazione dell'arrivo. A che pro?Il tempo è un cerchio, o forse una ruota: rotola via, ma gli eventi si susseguono regolari. Tutto si ripete sulla stessa scena, ma con diversi attori. Cambiano le vesti, gli ombrellini delle donne cedono il passo al capo scoperto anche al sole, ma le parole sono sempre le stesse. Puoi chiamare il centro come ti pare, amore - fortuna - casa - benessere - riscatto: la condanna è una sola: l'insoddisfazione. E non ci sono distinzioni di classe o lignaggio, a nulla varranno le differenze tra chi va scalzo e chi porta le scarpe. Siamo tutti scalzi sulla stessa strada. Ai tempi non mi capacitavo cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili - come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell'uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, veder morire, ritrovare la Mora come è adesso. Il linguaggio è semplice, diretto, scevro di virtuosismi. Le parole di Pavese sono quelle dei personaggi, e quando le parole non servono sono le ombre che calano sul viso, i lamenti, la violenza a declamare la verità. Atti bestiali ce ne sono tanti, eppure non c'è un solo personaggio veramente negativo. C'è una vaga assoluzione che ricopre quegli atti perpetrati da uomini in miseria e donne di alta classe, e queste deviazioni dal piano moralmente accettabile sono sempre ampiamente spiegate (non giustificate) dai fatti che si inanellano attorno ai disgraziati, nel presente o nel passato. Sempre l'insoddisfazione e la solitudine ritornano a far sentire la loro voce.Eppure, in questo mare di desolazione, Pavese lascia una minuscola scialuppa di salvataggio: quella terra, quella collina, quel groviglio di speranze e gioie promesse il cui sapore continuerà ad esistere. Solo nel ricordo, certo, ma esisterà finché il piccolo asteroide che lo porta a spasso nello spazio non svanirà in un soffio di fuoco.

  • Tom Tabasco
    2018-09-27 01:20

    ****** the English version of my review, translated with Google translate, is below *********Capolavoro di poesia in prosa. L'elemento principale di questo romanzo, che sovrasta tutto il resto, personaggi, trama, descrizioni, tempo storico, è la poesia. Cominci a leggere "La luna e i falò", e in una decina di pagine hai una meravigliosa colonna sonora di Morricone che ti suona in testa. Si potrebbe dire, anche basandosi su commenti che lo stesso autore fece su questo libro, che è un libro di poesia scritto in prosa. Io l'ho trovato commovente, toccante, ma sempre con uno sguardo fisso sul reale, mai lamentoso. La luna e i falò è uno di quei romanzi che si avvertono immediatamente - per i toni, per la struttura, per la natura dei messaggi - come «conclusivi». Da una recensione di "Repubblica": "Ciò che il romanzo era deputato a concludere, in realtà, non era certo una carriera letteraria, bensì una sua precisa fase: «Hai concluso», annotava l´autore, «il ciclo storico del tuo tempo: Carcere (antifascismo confinario), Compagno (antifascismo clandestino), Casa in collina (resistenza), Luna e i falò (post-resistenza)». Si chiudeva, in altri termini, la fase dell´impegno civile e politico, della dimensione pubblica come territorio elettivo della letteratura, e se ne apriva un´altra fondata, a giudicare dagli appunti del diario, sull´approfondimento in senso psico-antropologico dell´idea di mito e di destino, un passaggio accidentato e rischioso che Pavese non ha potuto compiere, ma di cui c´è già abbondante traccia nel suo romanzo estremo."La compresenza di tensioni e intenzioni diverse, miracolosamente fuse nell´equilibrio dello stile, fanno de La luna e i falò il capolavoro indiscusso dello scrittore. E´ vero che nel libro le Langhe dell´immediato dopoguerra appaiono il luogo dell´odio e della battaglia politica senza quartiere. Ma è anche vero che già il titolo rinvia a riti della cultura contadina totalmente impermeabili alle evoluzioni o involuzioni della storia.E quando il protagonista del romanzo, detto Anguilla, torna in quelle terre dopo molti anni passati in America, si trova immediatamente a fare i conti, con un misto di attrazione e di spavento, con un mondo contadino dominato da istinti elementari e primordiali, da una ferinità ancestrale che rinnova sempre uguali nei secoli le sue forme di violenza e di sopraffazione. Il dramma di Anguilla, che poi è lo stesso di Pavese, consiste in sostanza nella sua incapacità di riconoscersi in quelle dimensioni, di sentirle proprie. Mentre il romanzo non mi è sembrato mai negativo o lamentoso, c'è un forte sentimento di base che tiene insieme l'intera opera, ed è un senso doloroso di estraneazione, della NON APPARTENENZA: Anguilla non appartiene né all´America né alle Langhe, né alla città né alla campagna; vive in un suo confuso limbo senza riuscire a sentirsi intero in nulla che abbia a che fare con una qualsiasi forma di realtà. Quello che cerca nei suoi paesi natali, costantemente, in questo ritorno dopo vent'anni in America, è la familiarità: qualcosa che sia come se la ricorda, come ce l'ha in testa. "Potevo spiegare a qualcuno che quel che cercavo era soltanto di vedere qualcosa che avevo già visto?"Ora, Pavese non aveva mai vissuto in America, e si sente da certi commenti un po' stereotipati che mette in bocca ad Anguilla, e che Anguilla non avrebbe mai fatto fosse stata una persona reale che avesse vissuto per vent'anni in California. Però usa la situazione di Anguilla per esprimere un suo sentimento molto vero e personale di estraneazione, forse in quanto artista e scrittore? O forse perchè non riusciva ad imbastire rapporti umani soddisfacenti? Questo non lo so. So che, in quanto ad ispirazione poetica e all'uso del linguaggio, questo libro è un diamante, e merita di essere considerato uno dei grandi capolavori della letteratura di sempre. ************ Review in English ************What a masterpiece of poetry in a prose format. The most important element of this novel, above all else, characters, plot, descriptions, historical time, is its poetry. You read "The Moon and the Bonfires" in the proper state of mind, and in a dozen pages you have a wonderful soundtrack of Morricone playing in your head. You could say, also relying on comments that the author did, that this is a book of poetry written in prose. I found it touching, poignant, but always with an eye on what is real, never being abstract or whiny.The Moon and the Bonfire is one of those novels that are felt immediately - for the tones, for the structure, the nature of the messages - as "conclusive."From a review of the "Repubblica": "What the novel intended to conclude, in fact, was not a literary career, but a precise phase," Have you concluded, "the author noted," the historical cycle of your time: Prison (antifascismo Border), Companion (clandestine anti-fascism), House in the hills (resistance), the Moon and the Bonfires (post-resistance). "It closed, in other words, the phase of civic and political dimension of the public territory as elective literature, and they opened another founded, judging from the notes of the diary, the deepening sense in psycho-anthropological idea of ​​myth and destiny, a ride bumpy and risky that Pavese was unable to fulfill but of which there is already abundant trace in his novel extreme. "The presence of contrasts and different intentions, miraculously fused by the balance of style, make The Moon and the Bonfires an undisputed masterpiece of this writer. It's true that in the book the local village's immediate postwar appears as a place of hatred and political battle without quarter. But it is also true that even the title refers to the rites of the peasant culture, totally impervious to the evolution or involution of history.And when the protagonist of the novel, Anguilla, goes back to those lands after many years in America, he has immediately to deal with a mixture of attraction and fear, with a rural world dominated by primary and primordial instincts, by a wildness ancestral renewing always the same for centuries its forms of violence and abuse. The drama of Anguilla, then that is the same as Pavese, consists essentially in his inability to identify with those dimensions, to feel them as his own.While the novel did not seem never negative or whiny, there is a strong feeling of the base that holds together the entire work, and it is a painful sense of alienation, of NOT BELONGING: Anguilla belongs neither to America nor the Langhe nor to the city or the countryside; he lives in his confused limbo, unable to feel whole in anything that has to do with any form of reality.What he keeps looking for in his native country, constantly, in this return after twenty years in America, is familiarity: something that is the way he recalls, the way he has it in his head."How could I explain to someone that what I was looking to see was something that I had already seen?", says Anguilla.Now, Pavese had never lived in America, and you can hear it from some steretypical comments he puts in Anguilla's mouth, because Anguilla would never have said those things, had he been a real person who had lived for twenty years in California. However Pavese uses Anguilla's situation to express his own feelings of very real and personal alienation, perhaps as an artist and writer? Or maybe because he could not strike up human relationships satisfactory? I do not know.What I know is that, as to poetic inspiration and the use of language, this book is a diamond, and it deserves to be considered one of the great literary masterpieces of all time.

  • Marica
    2018-09-30 20:35

    Non fermarti a un passo dalla vita. Leggendo La luna e i falò ho camminato lungo i sentieri delle Langhe col passo riflessivo di Anguilla, Nuto e Pavese. Sono gli stessi sentieri percorsi tante volte a passo veloce o anche discesi a rotta di collo con Fenoglio. Per tutta la lettura mi sono chiesta quanto questo romanzo era diverso dai racconti di Fenoglio: perchè il paesaggio naturale e umano è lo stesso. Si parla della vita di campagna degli stessi anni, di gente povera e di gente benestante. Pavese sviluppa la storia come il ritorno a casa di un uomo che era entrato nella vita dal più basso dei gradini e forse da questo aveva ricevuto la spinta per andare oltre: ma poi, con la consapevolezza di essere riuscito a essere qualcosa di altro, aveva desiderato tornare e rivedere persone e luoghi e riallacciare i fili che aveva lasciato cadere. Di cose ne sono successe tante, c'è stata la guerra e in quei luoghi si è combattuto. Sembra che niente sia andato bene, oppure come sempre è che le cattive notizie volano e le buone sembrano banali. La famiglia che lo aveva allevato è andata in malora e anche quella che aveva rilevato il podere. Le ragazze che aveva ammirato, da vicino perchè erano le figlie del padrone, hanno cambiato la loro condizione privilegiata in quella di femmine folli: solo per l'ansia di lasciare un ambiente limitato. Il romanzo è molto bello e nonostante la facilità di lettura rivela una struttura complessa, raccontando varie storie in modo non lineare: il tempo della giovinezza di Anguilla si intreccia coi suoi anni lontano e con quello che apprende molti anni dopo al suo ritorno. Viene facile dire che Pavese vedeva le donne da molto lontano, come creature desiderabili ma irraggiungibili: e come la storia della volpe e l'uva le rappresenta dissennate, anche se in realtà molte donne che frequentava erano colte e con una coscienza civile di tutto rispetto. Viene anche facile osservare che Pavese guardava il mondo con distacco, la vita di campagna perchè lui stava a Torino, la vita degli altri perchè il suo temperamento gli impediva di farsi coinvolgere. Fenoglio, pure con la sua riservatezza, sembra avere vissuto molto di più i suoi pochi anni e aver guardato il mondo più da vicino, senza paura di sporcarsi, senza pensarci due volte. La luna e i falò è comunque splendida letteratura

  • Justin Evans
    2018-09-30 17:25

    I admit it: I have an irrational interest in post-war Italy. For some reason I find Itaalian confusion about the war much more interesting than German confusion about it, perhaps because it's pretty darn hard for anyone in Germany to pretend that the Nazis were, in any way, a benefit to the world, whereas there is an (entirely unpersuasive) argument for the Italian fascists. The German resistance existed, but not the way the Italian resistance did. German communists got to play out (a deeply mangled version of) their ideals after the war; Italian communists did not. So perhaps it's not as irrational as I thought. Perhaps I just prefer stories that aren't quite as morally obvious as "so, the Shoah... not good. Not good at all." And that's what M&B is, really. Like Ferrante's justly popular novels, Pavese writes about a small community which has papered over the dislocations of the fascist years. Like her novels, he manages to combine very intelligent symbolism (the moon, basically, the other side of the fence where the grass etc but where there is also no there; the bonfires, the superstitions but also rootedness of the old world) and paradox with a straightforward style and garden-variety realism. So, if you like Ferrante, and haven't read this, give it a shot. But a caveat: there are major flaws here. Our narrator, 'the eel,' has fled the fascists to the U.S.A., where he gets involved in (I think) bootleg liquor. It's all very vague, and this is no minor problem. The Eel's memories of the U.S., his relationships with people there, his description of the landscape etc., are all extremely dull (with one exception, a girlfriend, who is also fairly dull). The book can seem aimless, and I suspect it will be much better on a second read, since I now know where we're heading and why the eel's memories are being recounted. All that said, spoiler alert here. One interesting interpretive point: the introduction to the NYRB edition, and many reviewers here, really don't like Nuto. I think this is a mistake. Nuto is committed enough to others that he's a communist in a right-wing province (probably not the right geographical term); he's committed enough to have been a member of the resistance. Now, how do we weigh that against the fact that he let Santina be executed for espionage? The introduction here suggests more than a little that Santina was *not*, really, a spy at all, just put in the wrong circumstances and denied the guiding hand she needed--a hand that Nuto should have provided. I think this is making the interpretation far too easy. I prefer a grimmer understanding: that Santina had to be killed (resistance fighters, particularly, can't afford to have spies running around); that, ideally, she wouldn't have had to be killed; that Nuto is consumed with guilt at his role in this and tries to avoid it by lying about it; that the Eel is just as guilty for running away; that the Eel had no choice but to run away; and so on. The book presents us, I think, with a fairly clear and convincing tragic view, in which the good people (never mind the bad, they'll always be with us) are forced to do bad things. Nuto, because the resistance demanded it; the Eel, because he had to save his own life; Santina, because of the patriarchy. But Nuto stands out as someone who believes that the tragedy is human-made, rather than natural. Fascism was the sine qua non of Santina's death, Eel's exile, Nuto's crime. People did these things. They were not natural. Which makes the book sound much more moralistic than it is. It's also an investigation of memory and so on, none of which I find very interesting. But if that's your thing, this is a better option than Sebald, for the reasons given above.

  • arcobaleno
    2018-09-17 21:38

    Il protagonista, il "bastardo", torna nei luoghi di origine alla ricerca delle proprie radici; ripercorre i tempi dell’infanzia e della gioventù; ricalpesta gli stessi sentieri: duri e di miseria nella realtà, eppure dolci nel ricordo; rivive negli altri le proprie esperienze (eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato). Pensieri spesso sospesi, come discorsi liberi con la propria coscienza o impressioni affiorate nella memoria. Costruzioni sintattiche a volte anomale, come racconti spontanei e dialoghi tra amici dopo cena sul trave fuori cascina. Ma si percepiscono sensazioni splendide di nostalgie per la propria terra: si vedono i paesaggi dolci e nebbiosi delle Langhe, con pennellate di colore qua e là (nella luce della luna […]riflessi rossi morivano a piede del muro, sprigionando una fumata nera); si sentono gli odori perduti della campagna, dei falò, delle gaggìe (è bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io); si odono i rumori di zoccoli sul selciato, le allegrie e le musiche delle feste di paese, in mezzo ai platani le voci delle trombe e del clarino; si assaporano antichi gusti (presi il fico, e riconobbi quel sapore); si vivono con semplicità amicizie, affetti, rapporti personali, mentre si avvertono sentimenti di ribellione sociale e, intorno, i primi movimenti partigiani. Alcune immagini e alcune descrizioni, spesso appena accennate ma struggenti, valgono tutto il romanzo.Restai con Nuto a passeggiare nel cortile, sotto le ultime stelle, e vedevamo di lassù nell’aria fredda, quasi viola, i boschi d’albere nella piana, il luccichìo dell’acqua. Me l’ero dimenticato che l’alba è così.----2 dicembre 2013Era stata una delle prime letture "a voce alta" ad una persona anziana e malata. Ora, alla rilettura, silenziosa e intima, è passata al massimo numero di stelle :)

  • [P]
    2018-10-01 00:36

    Some years ago I decided that I wanted to go back to the place where I had been raised. Just for the day. Or for an hour or two, at least. I had been away at university, and although that had changed me, had helped me to come to terms with many of my childhood experiences, I was still aware of it – my home town – creeping around, spider-like, in the corners of my mind. I arrived by bus around midday, and I stood at the bottom of the hill, gazing up at the gloomy council estate in which I had spent so many unhappy years, and something unexpected happened: although I had come to say goodbye I actually felt as though I was reacquainting myself with an old, much-missed friend. How peculiar nostalgia is; it is like an amiable old cleaning lady who is able to remove the most stubborn, unpleasant stains.“One needs a town, if only for the pleasure of leaving it.”The Moon and the Bonfires by Cesare Pavese begins with a similar scenario, which is to say that the nameless narrator has returned to the place where he grew up after a period of living elsewhere. He is, therefore, obviously trying to reconnect with the past, or with his past self; yet, crucially, he doesn’t know whether he was born in the region, being a bastard who was left on the steps of a cathedral as a baby and later taken in by a local couple. In this way, what he is actually searching for is a home; he is wanting to claim a piece of land for himself, despite an overriding feeling of rootlessness; he wants to feel part of something, and yet, simultaneously, feels alienated, or distant, from almost everything.This sense of rootlessness pervades the novel. As a young man, the narrator moved to America, a land, he says, where everyone is a bastard. It is, moreover, a land of opportunity, and yet, despite making his fortune, he didn’t fit in, or feel at home, there either. It is only when another Italian enters the restaurant where he is working that he feels a connection to something. They talk, critically, about the lack of good wine, and about American women, and the narrator points out that it isn’t their – the Americans’ – fault; this is their home, he says, indicating, of course, that isn’t his. Ironically, on his return to his home town, the locals call him the American, which only further emphases his exclusion. To them, he is a foreigner, a stranger. Even the dogs mistrust him, and bark and pull at their leashes when he passes by.As he wanders around Gaminella, the Belbo, and the Mora, the narrator is on the look out for the familiar, while, at the same time, acknowledging that he will not find it. Things change. The past cannot be recreated. The people that he knew in his youth – Padrino, Giulia, etc – have died, or moved on [if not literally then symbolically]; they have got married, had new experiences, become different people. Even the ‘pine tree by the fence’ has been cut down. One of the locals that he does reconnect with is an old friend, Nuto. Indeed, one of his functions in the novel is to contrast the narrator, for Nuto stuck around, stayed in the town. But he too has changed, of course. He was once a musician – an activity that suggests freedom – but gave that up in order to concentrate on being a carpenter, a steadier occupation for someone with responsibilities.“What use is this valley to a family that comes from across the sea and knows nothing about the moon and the bonfires? You must have grown up there and have in in your bones, like wine and polenta, and then you know it without needing to speak about it.”At one stage the narrator says to Nuto that he too ought to leave; and he says the same thing about Cinto, a lame boy he attempts to befriend. It is an interesting psychological quirk that he appears to want the locals to behave as he did, although one gets the impression that it is not necessarily because he thinks it is the best thing for them, rather because he wants them to be like him, to mirror him; it is further evidence of the narrator trying to find himself in a place. Indeed, his relationship with Cinto is fascinating. On one level he is used by Pavese to point the finger at Italy and the way that it mistreats its poor, in the same way that Dickens used his chimney sweeps, etc; he is an innocent victim of his circumstances, for his condition is credited to a mother with bad milk, who didn’t eat enough and worked too hard.However, he is also the person with whom the narrator most intensely identifies, who he sees himself in. This results in one of the novel’s finest passages, which is when the two first meet. Cinto looks at him ‘in the sunlight, holding a dried rabbit skin in one hand, closing his thin eyelids to gain time.’ He is barefoot, with ‘a scab under one eye and bony shoulders.’ This vision, this vulnerable boy, reminds the narrator of ‘how often I had chillblains, scabs on my knees and cracked lips.’ It is a strangely tender, touching piece of writing, as, for the narrator, it is almost like a meeting with himself, like looking at and speaking to himself as a child. Indeed, he tries to convince Cinto that he was once a child himself, a child just like him, as though he needs the boy’s recognition.As always, there is more that could be discussed; war plays a part in the narrative, as does politics; there is, furthermore, the dual, repeated symbolism of the moon and fire, one of which represents home and the other faraway places. But, in all honesty, I don’t find any of that particularly stimulating, and I am sure other people have, or will, labour over it in my stead. One thing I do want to acknowledge, however, is the number of lukewarm reviews the book has garnered; from those floating around the internet it seems as though very few people fall in love with Pavese’s most famous work; it is, they often state, plotless and tedious. Well, for what it is worth, I loved it the first time I read it, and I appreciated it even more the second time around. Yes, it is unceasingly ruminative, and therefore low on high octane thrills; but I have never chased after that kind of thing, myself. What I want from a book is quality writing, insight, and an emotional punch; and this one has each of those things in abundance. In short, The Moon and the Bonfires is, for me, a masterpiece; it is a powerful, near-flawless novel, that so resonated with me that, appropriately, reading it felt like finding a part of myself, it felt like home.

  • downinthevalley
    2018-10-11 20:39

    T. Özlü'nün en sevdiklerinden olan Pavese ile tanışma kitabım. Şu ara intiharlar silsilesinin içindeyim. İzleyip bitirdiğim dizi, Chris Cornell ve uyku hapı ile intihar eden Pavese.. Yazarın kadınlarla ilgili soru işaretleri olduğunu çoğu yerde okumuştum. Bu romanında da izleri görülebiliyor ki kendisi bu romandan sonra intihar etmiş. İlk yarısı beni içine çekti kesinlikle, fakat yarısından sonra bi odaklanma problemi yaşadığımı itiraf etmeliyim. Diğer eserlerine de mutlaka bakılacak.. bir alıntı : 'Ne sanıyorsun? Ay herkes için vardır, yağmur da, hastalıklar da. İnsan yeraltında da yaşasa, sarayda da yaşasa, kan her yerde kırmızıdır.' 'Peki Papaz ne der, günah olmaz mı?' 'Cuma günü günah olur.' dedi Nuto, ağzını kurularken. 'Ama haftanın altı günü var daha.'

  • André
    2018-10-15 22:19

    "Com os mortos os padres têm sempre razão."Enguia, narrador e protagonista, é um orfão que foi acolhido por Padrino e Virgília apenas porque estes já tinham duas filhas, precisavam de um rapaz para ajudar no trabalho de campo e o dinheiro oferecido por tomarem conta de um bastardo também dava jeito. É esta condição inicial que leva o narrador a criar um sentimento de não pertença, que permanece para toda a sua vida. Como tal, muito novo abandona a sua terra, primeiro para Génova e depois para a América. Anos mais tarde, volta ao sítio onde viveu a infância e a adolescência, talvez procurando um sentido para a sua vida.A paisagem rural italiana é evocada por Pavese, e quem lê não pode deixar de imaginar aquele "mundo" de colinas, vinhas, arvóres de fruto e ribeiros. Um cenário belo, mas agreste onde a vida também é feita de muita miséria.Infelizmente não consegui simpatizar muito com a personagem principal. Para além disso o livro aborda abundantemente na resistência italiana ao fascismo durante a 2ª guerra mundial, e devo confessar que o meu conhecimento sobre o assunto não é muito vasto. Portanto, passou-me um bocado ao lado. Talvez para um italiano faça mais sentido e tenha mais impacto do que em mim.

  • booksofAhu
    2018-09-22 21:26

    3,5*Tatilde okumasaydım muhtemelen daha hızlı ve daha keyif alarak okuyacaktım..Birinci ve ikinci dünya savaşının, komunizmin var olmaya kapitalizmin egemen olmaya çalışmasının sıradan halka etkileri üzerine bir roman daha.. Çok basitçe özeti bu.. İster İtalyada, ister İspanyada, Fransada, Brezilyada veya Amerikada geçsin insan aynı olduğu için dramı da aynı.. Başka bir kitabını okur muyum, emin değilim..

  • Oneda Vashko
    2018-10-02 01:16

    “Sono libri, - disse lui, - leggici dentro fin che puoi. Sarai sempre un tapino se non leggi nei libri.”''La luna e il falo''

  • Guido
    2018-10-13 17:10

    Essere partito per l'America, aver conosciuto un mondo grande a sufficienza per tutti, ed avere ancora voglia di confini da superare. Ma dopo Canelli e il Belbo, oltre Genova e l'oceano, il deserto e le praterie degli immigrati messicani, andare più in là non ha alcun senso. Si torna alle colline, ai filari di viti, alla chiesetta del parroco e dei bigotti; al figlio del falegname che è cresciuto prima di te e ti ha insegnato la vita quand'eri poco più di un bambino, abbandonato da chissà quali genitori e senza troppa voglia di rintracciarli. Che importa se ti dicono bastardo, quando conosci il colore del grano, il rumore della ghiaia; quando hai imparato a stare da solo per ore a guardare la luce del cielo di settembre; e sai riconoscere la bellezza delle figlie del padrone nella frutta matura, così irraggiungibile sui rami più alti, finché non cade, come ogni altra cosa, sulla terra. L'America è una terra di bastardi e dovrebbe essere casa, ma è troppo grande; avere troppa terra è come non averne. Anguilla sa di dover tornare alle vigne e alle cascine del suo passato, alle finestrelle da cui per tanti anni ha osservato i soli confini che gli era concesso conoscere. Ed io che leggo di lui, che ne so io di dov'è il Salto, la Mora, la palazzina del Nido coi suoi platani. Io, perfetto cittadino, ho perduto il diritto a conoscere queste cose. Però grazie a Pavese capisco come Anguilla sentisse l'odore forte dei tigli la sera, seduto a chiacchierare con Nuto, come ascoltasse Irene suonare il pianoforte. Ora so che valore hanno avuto per lui l'erba che continua a crescere sotto le pietre, i prati, l'ombra dei noccioli, il mare di stelle nel cielo, i tetti delle case lontane, i grilli, le feste e i balli, l'odore del legno fresco e dei fiori, i versanti delle colline che restituiscono i cadaveri della guerra appena conclusa. Così quel che Anguilla cerca è qualcosa che ha già visto. Nei luoghi della sua infanzia, dove nulla sembra essere cambiato, trova un ragazzino storpio in cui potersi riconoscere, i suoi ricordi contenuti per sempre nelle sere fresche con la luna, nel colore delle foglie, nel sapore del mestiere che lì era diventato il suo; ne porterà per sempre i segni nelle mani. Il suo ricordo di quei giorni di povertà contiene qualcosa di inspiegabile come l'influsso della luna sugli innesti, il beneficio che i falò portano al raccolto e alla terra. Forse Anguilla è Cesare Pavese, forse no; forse, più semplicemente, Anguilla conserva per noi le memorie di chi, pur avendo attraversato l'America, anche dal selciato delle strade di città riesce a fiutare le stagioni, il periodo della vendemmia, il fumo dei falò e della terra bruciata. Romanzi come questo mi fanno venir voglia di essere un po' più vivo, imparare a riconoscere nei miei pensieri la luce e l'aria di quelle colline, per poterne parlare a qualcuno.

  • marco_izner
    2018-10-06 19:14

    Ecco, anche a Pavese che gli vuoi dire. Io forse lo preferisco come poeta, ma anche come romanziere non scherzava: "La luna e i falò" è probabilmente il suo ideale testamento, il suo vertice narrativo e la summa della sua opera. Quasi un trattato sul ricordo, sul ritorno in al paese natio, sul cambiamento e sulle complicazioni dei sentimenti. C'è il viaggio ma anche il ritorno, la speranza ma anche la rassegnazione; le Langhe e l'America, Genova e di nuovo le Langhe, perché sembra che tutto vada a finire lì. C'è la vita, la morte e il nulla, come diceva Cesare in molte sue poesie. Devastante ed evocativo il finale.

  • Teresa Proença
    2018-09-16 20:29

    Cesare Pavese disse que A Lua e as Fogueiras era a sua "modesta Divina Comédia". "é o livro que trazia cá dentro há mais tempo e que mais prazer me deu escrever. Tanto, que creio que por uns tempos, talvez para sempre, não farei nenhum outro." Enguia, o narrador, nunca soube quem eram os seus pais; foi criado por uma família, a quem se sentiu sempre grato. "Agora sabia que éramos muito pobres, porque só os miseráveis tomavam conta de bastardos."Após anos na América regressa, rico, à sua aldeia italiana. Aparentemente nada mudou, mas já nada é igual; as casas ainda lá estão mas as pessoas já não, e as que estão já não são como eram, transformados pela passagem do tempo, pelas tragédias, pelas desilusões...Publicado poucos meses antes do suicídio de Pavese, este romance é considerado a sua melhor obra. Embora não se possa comparar ficção com realidade, gostei muito mais do seu diário, O Ofício de Viver. Talvez até para apreciar devidamente um determinado livro haja um tempo/momento ideal para o ler...

  • Julio César
    2018-09-19 00:37

    Me pareció muy bueno, no había leído nada de Pavese y entiendo que ocupe un lugar central en la literatura italiana. Tiene una prosa poética hermosa, la novela transcurre con una suavidad envidiable y va mechando los episodios más terribles con precisión quirúrgica. Aún así, tiene frescura: hay un tono de diario íntimo, de memorias, no se nota una escritura cerebral. A pesar de que lo disfruté, no me termino de conectar con la realidad que interpela. Lo siento como una obra profundamente italiana, quizás europea, y más aún, de mediados del siglo XX. Está fuertemente fijado en una geografía política, y su intervención sobre y desde ese lugar es magistral.

  • David
    2018-09-21 19:33

    It's like the opposite of nostalgia. Anguilla returns and he's the big man now, but no-one's very impressed. Never Go Back.

  • Cirano
    2018-10-17 22:18

    La luna e i falò è uno dei tanti libri “di scuola” che sto rileggendo ultimamente e che mi sorprendono sempre più. Non sarò mai grato abbastanza all’insegnante che tutte le estati mi “consigliava” i titoli da leggere (allora con poco entusiasmo).Se “Il mestiere di vivere” può essere considerato il testamento di Pavese, questo è il libro della nostalgia. La nostalgia dei tempi (“Il bello di quei tempi era che tutto si faceva a stagione, e ogni stagione aveva la sua usanza e il suo gioco, secondo i lavori e i raccolti, e la pioggia e il sereno. L’inverno si rientrava in cucina con gli zoccoli pesanti di terra, le mani scorticate e la spalla rotta dall’aratro, ma poi, voltate quelle stoppie, era finita, e cadeva la neve. Si passavano tante ore a mangiare le castagne, a vegliare, girare le stalle, che sembrava fosse sempre domenica. Mi ricordo l’ultimo lavoro dell’inverno e il primo dopo la merla – quei mucchi neri, bagnati, di foglie e di meligacce che accendevano e che fumavano nel campo e sapevano già di notte e di veglia, o promettevano per l’indomani il bel tempo”); quella dei luoghi (“Di tutto quanto, della Mora, di quella vita di noialtri, che cosa resta? Per tanti anni mi era bastata una ventata di tiglio la sera, e mi sentivo un altro, mi sentivo davvero io, non sapevo nemmeno bene perché. Una cosa che penso sempre è quanta gente deve viverci in questa valle e nel mondo che le succede proprio adesso quello che a noi toccava allora, e non lo sanno, non ci pensano.”); quella delle persone (“Non erano cambiati gran che; io, ero cambiato. Si ricordavano di cose che avevo fatto e avevo detto, di scherzi, di botte, di storie che avevo dimenticato. <> mi disse uno, <> Sì che la ricordavo <> mi dissero, <>”).Tutto infatti è cambiato per il protagonista dopo gli anni in America (“[…] dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così; meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci. In America si faceva così – quando eri stufo di una cosa, di un lavoro, di un posto, cambiavi – Laggiù perfino dei paesi intieri con l’osteria, il municipio e i negozi adesso sono vuoti, come un camposanto […]”) forse come metafora del ritorno di Pavese dal confino e non ritrova più quello che aveva lasciato, sono rimasti solo i ricordi a portarti “vent’anni dopo al punto di partenza”.

  • Ginny_1807
    2018-10-12 18:18

    "Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione."

  • Francyy Barontini
    2018-10-12 01:36

    Mi chiedo come ho fatto ad ignorare per oltr 40 anni questo libro, ma poi mi rendo conto che non lo avrei apprezzato ieri come invece ho fatto oggi. L'ultimo libro di Pavese, pubblicato pochi mesi prima che si togliesse la vita, quasi mio coetaneo oggi. Ecco il libro trasuda tutta l'amarezz per la vita, per ciò che la vita non risolve. Il "bastardo" rientra nelle terre da cui si è da anni allontanato, vi rientra diverso, lo sente e lo dice espressamente. In parte gli manca il passato, anche se era un passato di povertà e di un senza famiglia, ma ora che ha denaro forse ha una solitudine che lo attanaglia e che riempie con il rapporto con lo storpio Cinto che oggi ha l'età di lui di allora. Siamo nel dopoguerra, quando ancora le ferite sia dei tedeschi che dei partigiani sanguinano, e riprendono a sanguinare ogni volta che si rinviene un cadavere o che qualcuno racconta le storie di tradimenti, di repubblichini, di partigiani e di vigliaccherie. Un grande libro che dovrebbero leggere tutti coloro che non hanno la possibilità ormai di sentire raccontare queste storie da chi le ha vissute direttamente

  • Baris Balcioglu
    2018-10-11 17:39

    Pavese’yi 90’larda İlknur okurdu. Sanırım. Ben acaba o dönemde Italo Calvino okumuşken Pavese’yi nasıl es geçmişim. Bunu ve daha iyi olacağını ümit ettiğim bir başka kitabını Şahika vermişti. Amerika’da nasıl zengin olduğunu öğrenemediğimiz bir adam yoksul çocukluğunu ırgat olarak geçirdiği, doğduğu topraklara geliyor, geçmişe gidip duruyor usu. Son biri iki sayfası bir anda gerilimli olsa da bu yavaş tempolu betimleme bir anlamda ilginç olsa da okurken akmadı benim için. Savaş sonrasında İtalya’da komünistlere direnişçi oldukları için Almanlara karşı, saygı duyuluyordur sanıyordum ama sağcılar hiç yumuşamamış. Savaş da korkunç, kime güveneceğini bilemiyorsun.

  • Mohsen.Ghazanfari
    2018-09-26 17:14

    بی نظیر بود. خیلی دوستش داشتم

  • Inderjit Sanghera
    2018-09-26 22:31

    The narrator, Anguilla, a disaffected and diffident middle-aged man, returns to Piedmont from California, as he finds the American he so often dreamed of as the pathway of freedom from his stifling life in Italy, is nothing but a land bereft of meaning and more importantly, bereft of memories which, for the narrator, are the very things which define us. Indeed the whole novel reads as a long. almost continuous recherche; in a kind of reversal of Proust, although the narrator recognises and recalls many of the smells and sounds of his past, these do not act as a pathway for him to re-create his past, instead they merely emphasise its unattainability-in contrast to the richness of Proust’s reminisces, Anguilla’s are flat and somewhat vacuous as her struggles to connect with a peoples and way of life which he abandoned and reject-just as he rejected the myth of the moon and the bonfires-only to realise that the recollections of a past he would rather forget are all he has left.The bleakness of his past is reflected in his desciption of the Piedmontese countryside;“The whole plain was like a battlefield-or a farmyard. There was a reddish light and I jumped down, cramped and stiff with cold; a sliver of moon was piercing the clouds and it looked like a gash from a knife and bathed the plain in a blood light. I stayed looking at it for a while. It terrified me.”Beneath the beauty of the country lies a bleakness and a sense of danger and corruption; the bodies of executed soldiers from the war are constantly turning up, there is a sense of dissension in he atmosphere and unlike the often positive and sympathetic portrayal the rural working classes in Italian film and cinema of the time, Pavese’s depicts many of them are cruel and callous, with a sort of low cunning. In some ways the narrator’s seditious attitude to life and the world imbues the novel with a further power, as the reader senses it is Anguilla’s final (failed) attempt to gain some meaning to a life which he feels has so far been futile and inconsequential.

  • Milena Marsich
    2018-09-21 18:27

    La luna e i falò di Cesare Pavese, un libro ambientato in un paese che non viene nominato nel quale scorre il fiume Belbo. Qui passa la sua giovinezza il protagonista, un bastardo di cui non conosciamo il nome, che viene chiamato "Anguilla". Lui ci narra la sua vita fin da quand'era bambino, inframezzando a capitoli il racconto e la situazione attuale di lui tornato al suo paese ormai quarantenne. Siamo nel '50, dopo la Seconda Guerra mondiale i tedeschi arrivarono in Italia e i partigiani si organizzarono contro di loro, tutto ciò quando Anguilla è via, prima in America e poi a Genova. Il suo amico Nuto, quando lui ritorna al paese, gli racconta cos'è successo mentre lui non c'era. La luna e i falò è il primo romanzo di Pavese che leggo, è stato l'ultimo che ha scritto. È una lettura dolce, che ti scivola addosso per poi lasciarti un velo di tristezza. Viene raccontato con calma, leggerezza, parole semplici, ma è inesorabile. Il lento invecchiare e morire delle persone che vedevi sempre, la trasformazione di un paesaggio conosciuto, sono le cose che Anguilla osserva prima quasi da lontano, distaccato, per poi rendersi conto di quanto quelle cose contavano per lui, senza che ci facesse molto caso, così concentrato nel scappare e cercare una vita migliore. Ma lui, dopo tutto, non si sente appartenente a nessun paese, anche se ciò che ti fa legare a un luogo non sono una madre o un padre, ma tutto ciò che quel posto è riuscito a lasciarti.